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Molte domande e una risposta

Così come in altri tragicamente epocali momenti della nostra recente convivenza civile, tra le numerose e spesso autorevoli opinioni, anche noi architetti non possiamo tacere le nostre intime riflessioni e pronunciarle, quanto meno quali testimonianza del dolore e dello smarrimento. Dolore di fronte a fatti drammatici per la crudeltà e per i traumi provocati alle vittime e ai loro cari. Smarrimento per due motivi. Da un lato si cerca di capire quali cause spingano dei nostri concittadini ad arrivare a tanto. Dall'altro -correlato al primo motivo- rimarcare che quanto accaduto è avvenuto nel nostro territorio, nel luogo dove abbiamo la casa, il lavoro, gli affetti. Dove vigono la legge e le istituzioni in cui crediamo, dove infrangerle e contestarle significa affrontare pene che provocano in noi terrore. Da questo sentimento fondato sul terrore del taglione nasce il termine territorio, secondo la tesi di Franco Farinelli. Ma cosa accade se i nostri confini vengono mangiati dall'interno e con loro i valori radicati nel patrio suolo? E se non è una rivolta di taluni cittadini contrapposti ad altri per sostituire un ordinamento con un suo opposto, per abbattere una dittatura o per imporne una al posto di una democrazia? Oppure se dietro ad un atto sanguinario ci fosse un altro stato che manovra nel torbido? O se addirittura ci fosse un movimento culturale -o ritenuto tale dagli appartenenti- che non necessita di confini territoriali nei quali identificarsi poiché convinto che i propri valori -o ritenuti tali- siano universalmente applicabili? Ecco da quale profondità può sorgere lo smarrimento: dove è collocata casa nostra? In quale territorio: quello conosciuto fino allo scoppio dell'ordigno è possibile che rientri in qualcosa di più esteso, sul quale sconosciuti avanzano diritti per i quali imporre impensabili annessioni?

Cronologia degli attacchi terroristici in Europa

Franco Farinelli: lezioni di geografia. Territorio

Bene, lasciando le ricostruzioni e le considerazioni ad esperti geopolitologi, per quanto attiene ai fatti architettonici, questo cosa comporta? Quali le ripercussioni sul contesto fisico? Il linguaggio del progetto accentuerà tratti idiomatici tradizionali a difesa contro l'invasore o si aprirà ad intenzioni inclusive, ibridandosi per limare in ogni modo attriti percettivi? Quale composizione di parti tipologiche si riterrà più opportuna per accomunare identità, sciogliere disagi, ridistribuire diritti, esplicitare le istituzioni vigenti?
Ogni progetto muove le prime riflessioni sempre dal confronto con il contesto -rapporto tra le parti fisiche- e con il luogo -relazione tra i valori- ossia con ciò che è connaturato al territorio -insieme dei valori istituzionali. Se questo comincia a fondarsi non più sulla continuità della tradizione, immaginario eterno ed in continuo aggiornamento, ma su movimenti che cavalcando moti di rabbia tutto travolgono e ovunque si radicano, se ciò sembra avvenire tra di noi, allora, con questo territorio che comincia a fondarsi sul disagio e al tempo stesso reagisce mosso dallo smarrimento, noi progettisti quale strumento adotteremo? La risposta a tutte queste domande sta nella libertà della nostra cultura, nella sensibilità della poetica, nell'allegria del disegno tracciato dalla matita.

http://www.gazzamasseraarchitetti.it/




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