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Interstizi

Il coraggio di investire e di perseguire l'attività professionale, anche in momenti critici come quello che stiamo attraversando può giungere non solo da coloro che sono arrivati al successo o dai motivatori, ma anche da quelli che ci potrebbero apparire come sconfitti dagli emarginati, da chi non serve più nelle offerte di mercato. Al Pac di Milano si tiene una lodevole iniziativa, intitolata Ri_Scatti, che ha visto coinvolti quali promotori i volontari di un paio di associazioni e agenzie fotografiche (vedi link), che prima hanno tenuto un corso di fotografia a persone senza dimora e poi, consegnate loro delle macchine fotografiche, li hanno trasformati in reporter della quotidianità. La lettura dei luoghi urbani è frutto di una sensibilità onirica ed estremamente schietta, dove il sogno del riscatto è scandito dalle difficoltà più crude come la fame, la stanchezza il riparo dalle intemperie.
Ma chi sono questi senza dimora, quali le loro capacità? Sono i soliti sbandati ubriaconi che attaccano briga in malo modo negli anfratti delle stazioni? Non esattamente, e questo per un paio di ragioni. Le stazioni non sono più quella terra di nessuno tra gli infiniti luoghi di partenza e la porta della città: sono luoghi selettivi. Le riqualificazioni urbane si fondono generalmente su fondamenta speculative la cui diretta conseguenza è una ricercata gentrificazione (gentrificazione) delle aree. Da qui si innescano nuovi rapporti tra spazi pubblici e interessi privati senza che questi ultimi riducano l’identificazione della vita collettiva, con tutte le contraddizioni che essa comporta, nella piazza, nel mercato, nel giardino e nella strada. L’urbanità inventa nuove forme per i propri spazi che non debbono restare vuoti, imprevisti e non tanto senza progetto ma piuttosto senza destinazione d’uso pianificata e senza sorveglianza. Un forte avvicinamento, con a volte degli accavallamenti, tra pubblico e privato offre da un lato una garanzia di qualità e dall'altro minaccia l’esclusione di fasce sociali impreviste -come i senza dimora- anche da questi vuoti urbani. L’ordine sociale si traduce quindi in progetti organizzati in tipologie funzionali al consumo dei beni, vero discrimine per chi può o non deve accedere allo spazio apparentemente pubblico ma di fatto gestito da privati. Il passage commerciale, sorvegliato e vigilato, ha soppiantato quasi ovunque, in luoghi come stazioni e aeroporti- la piazza e la strada di tutti. La seconda ragione per cui vanno ridefiniti i senza dimora sta proprio nelle loro storie personali. Ci sono due architetti che hanno perso il lavoro e sono avanti con l'età, un portinaio, un paio di cuochi, una colf e così via. Quindi nostri ex vicini di casa che oggi passano le giornate tra la biblioteca, la mensa, qualche associazione dove socializzare e cercare lavoro e un riparo per la notte. A proposito dei due colleghi è bene intrecciare la loro esperienza con quanto sta accadendo. In breve, le ultime statistiche circa i neo laureati, è vero che la maggior parte trovano occupazione flessibile in meno di due anni, ma solo il 30% svolge lavori strettamente inerenti con la propria laurea -e questo potrebbe anche portare ad una ridefinizione di cosa sia un architetto, ma ne riparleremo. La seconda notizia è che gli architetti sono una delle professioni che oggi cercano possibilità lavorative all'estero. Questo significa che i due fotografi citati prima non sono che alcuni di un numero in aumento.
Ma la loro caparbietà e dignità ci impone di farcela anche per loro, per rimettere in moto un sistema di investimenti e di promozione delle nostre specifiche ed insostituibili professionalità, che potrà reinserirli nei percorsi interrotti.
Mossi da una sincera spinta dal basso.

Biennale di Architettura di Venezia 2014
Statistiche sulla professione di architetto all'ingresso del Padiglione Italia alle Corderie





 



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