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Il mostro della nostra epoca

Gli eroi letterari che hanno attraversato le tempeste sociali scatenate dal passaggio dall'era industriale a quella terziaria, con i mutamenti demografici ed urbani della prima metà del XX secolo, li abbiamo conosciuti armati di bottiglie di alcolici, assenzio, oppio e sigarette. Il loro sdegno di fronte ai troppi conti che non tornavano e alla fatica insopportabile per l'impossibilità a raggiungere le utopie che il progresso pareva quotidianamente promettere si stemperava in consessi allucinati che hanno partorito tutte le avanguardie.
Recentemente si è riscoperto un eroe che mosso dagli stessi tumulti ha imbracciato un'arma che bene o male appartiene a tutti noi, uno scudo invisibile dietro al quale ancora oggi ci ripariamo e ci illudiamo di mimetizzarci ad ogni istante che ci venga richiesta una nostra presa di posizione. E' l'indifferenza. Non l'astrazione zen che inscena una assenza determinata dalla fissità della presenza immobile del soggetto. Non la pausa necessaria alla riflessione utile ad un atto di risoluta volontà. E neppure l'oblio determinato da sostanze o comportamenti psicotropi. No, l'indifferenza quale estrema capacità di sopportazione ad ogni ciclica sofferenza con cui la vita, momento dopo momento, tende a velare il nostro agire, a rallentare la nostra capacità di movimento. Il protagonista è astemio, non fuma, è persona colta -un docente universitario specializzato in letteratura classica- ha una moglie e una figlia. Ebbene, di fronte ad ogni evento travolgente -la morte, la malattia, i drammi amorosi- o quotidiani -le geopolitiche accademiche di dipartimento, le relazioni sociali, i legami con le proprie origini- verranno determinate esclusivamente dall'indifferenza, da una rassegnazione estrema nel riconoscere l'eccessiva limitatezza dei propri mezzi. Nella consapevolezza di non poter determinare alcuna differenza con  e nella propria esistenza.
William Stoner è il volto del mostro imprendibile della nostra epoca. Facile riconoscere Dracula, il Fuhrer, It, Bin Laden o il Joker: facile perché il Male estremo ancora non ci appartiene e si mostra, quando appare di fronte a noi, fatto di tutte le differenze possibili. Lo straniero, il veleno, la furia violenta. William Stoner è più pericoloso, perché è involontario nel soverchiare le regole del vivere insieme. Riesce ad anestetizzare ogni empatia verso sé e verso gli altri e quindi a porre sullo stesso piano la gloria e la malora, il successo ed il fallimento, l'ultimo respiro ed un bel ricordo. Tutto è indifferente, tutto è plausibile. La morale dell'indifferenza tutto accoglie e fa sì che la storia si autodetermini nelle piccole opportunità di sopravvivenza, senza nulla aggiungere né limitare.
John Williams (Clarksville 1922, Fayetteville 1994) tiene un ritmo costante per tutto il romanzo, uscito nel 1966 e ben tradotto ora da Stefano Tummolini, sufficientemente serrato e denso di accadimenti tanto banali quanto ricchi di suspense, muovendosi tra il registro asciutto dei narratori americani e il noir anglosassone, tratteggiando atmosfere rapide e definite allo stesso tempo nelle quali si intessono le trame della storia, dell'esistenza di Stoner, così unica quanto banale.

STONER, di John Williams, Fazi editore, 2012.




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