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Si è appena concluso Mercanteinfiera e noi Gazza Massera Architetti -essendo molto attenti all'innovazione quanto curiosi delle tracce del passato- siamo andati a visitarla nei giorni dell'allestimento. Tra gli stand cagnolini di minuscola taglia, educatissimi, con soprabitini e al guinzaglio, come se piovessero. Su un espositore di cartoline e libri d'arte vengo chiamato da pochi numeri di Casabella e con essi inizio un sordo dialogo, attorniandomi di fantasmi, ricordi di lezioni al Politecnico, aneddoti di Aurelio Cortesi, e discussioni con i colleghi, avendo come interlocutori le pagine di queste riviste in disarmo. La prima che scelgo è il numero 220, mitico quanto il recente 666 con gli interventi sul tema della composizione architettonica di Giorgio Grassi e Rafael Moneo (personalmente l'apice della direzione Dal Co). Il 220 mi sbandiera subito un comitato di redazione quasi fosse l'Olimpo, al quale credi o non credi, dentro o fuori. Una paginetta a bandiera appena a fianco, ancora di un giallo intenso mi strizza l'occhiolino indicando in una commissione giudicatrice il "sig." Bruno Munari: un signore senza titoli che si è cimentato a modo suo nel definire molti dei canoni del design contemporaneo post-avanguardia. Poi sono capitolato sull'indice: il discorso per il suo settantacinquesimo compleanno di Walter Gropius ai suoi ex-allievi, divenuti nel tempo colleghi. E poi Giuseppe Samonà che commenta la casa alle Zattere di Gardella a Venezia. Non se ne parla più: lui verrà a casa con me.
Il discorso di Walter Gropius è da leggere più volte, come tutti i testi molto meditati da parte dei Maestri, poiché i contenuti sono interrelati a pensieri, situazioni e opere che si devono più voilte decodificare e riportare a propri riferimenti. Alcuni spunti. La vicenda biografica appena accennata che lo vede più volte protagonista e profugo per il susseguirsi delle tragedie legate al secondo conflitto mondiale. Un pensiero teso innanzitutto alla libertà per sé e per la società. Valore che prende forma nell'insegnamento, prima al Bauhaus e poi ad Havard, e nella professione, di cui il numero presenta un progetto con il collettivo TAC. Il discorso scende molto in profondità riferendosi al rapporto con la Storia e i suoi dettami formali, e con la cultura che a lui appariva già destabilizzata e frammentaria. Da qui le sue preoccupazioni circa il destino dell'architettura, quale arte e scienza unica nel trasmettere e rendere possibile la democrazia e con essa la libertà di pensiero e di scelte esistenziali. E' un discorso che vale tutto ancora oggi e che leggerò nella prossima lezione ai miei studenti, forse i veri destinatari di questa mia piccola avventura personale.
Del progetto del gruppo TAC è da sottolineare il fatto che viene presentato all'interno di "preesistenze ambientali". Cifra non da poco che rivela l'intenzione del portare avanti -nonostante polemiche interne e internazionali- all'interno di una allora linea editoriale molto precisa, una determinata interpretazione dei rapporti tra contemporaneo e la Storia, con continuità attraverso la successione delle pubblicazioni dei numeri di Casabella Continuità.
Viva l'Architettura.
www.gazzamasseraarchitetti.it/
















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